La saga letteraria di Philip Pullman torna davanti alla telecamera dopo la mezza delusione nel 2007 del film “La Bussola d’oro” con Nicole Kidman. Il film è stato criticato per essersi distaccato troppo dal libro e con la narrazione confusa e fredda.
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Cosa convince 👍
Quello che colpisce in positivo fin dal primo episodio di His Dark Materials, è sicuramente l’aspetto tecnico. Infatti l’alto livello della CGI mostra i muscoli in svariate situazioni. Lo stesso vale per la regia e la fotografia, con scenari affascinanti e diverse riprese di assoluto livello. I daimon, così come le varie creature di questo affascinante mondo, sono tutti ben realizzati.
Anche la colonna sonora che ci accompagna nel corso degli episodi è sicuramente ottima, già a partire dalla sigla. Spesso nei momenti dove l’emozione viene finalmente fuori, la musica accompagna quello che ci viene mostrato dando una marcia in più e risultando sempre adatta alle situazioni.
Cosa non convince 👎
Se il materiale di partenza prometteva una storia appassionante in grado di far riflettere anche su temi piuttosto maturi, questa trasposizione riesce a farlo solo in parte. La causa principale è una storia che sembra incastrarsi concatenando vari eventi senza un vero legame alla base. Un racconto che si sviluppa per livelli, di zona in zona, senza però appassionare veramente. Alcuni episodi in particolare sono sembrati un po’ troppo distaccati, con poco coinvolgimento. Certo, non sempre è così, visto che ci sono anche momenti interessanti in grado di emozionare, ma altre scelte sono sicuramente rivedibili.
Altro punto debole di His Dark Materials è sicuramente una certa goffaggine nei pochi scontri che vediamo, forse per non renderli troppo violenti. Anche qualche episodio in più avrebbe dato la possibilità di capire meglio determinate situazioni, che si sviluppano troppo in fretta.
Miglior personaggio 🏆
Lyra Belacqua (interpretata da Dafne Keen): Voto 7. Grintosa, impavida e convincente, la piccola Lyra è una dei pochi personaggi della storia ad emozionare il pubblico.
La giovanissima attrice Dafne Keen, classe 2005, mostra la giusta determinazione, sveltezza e ingenuità della protagonista descritta da Phillip Pullman, e trascina His Dark Materials un po’ come Millie Bobby Brown fa con Stranger Things (sebbene la Undici della serie Netflix sia ancora un pochino avanti).
Dark si conferma un vero e proprio rompicapo narrativo per gli amanti dei misteri sepolti nei viaggi tra epoche temporali diverse. Questa serie tv trova il suo successo nel modo con cui gli autori (Baran bo Odar e Jantje Friese) sono riusciti ad intrecciare eventi di così tante linee temporali diverse in un unico filo logico. Ovviamente riuscire a gestire tale maestria non significa dare al pubblico una comprensione facile di tali intrecci.
Cosa convince 👍
Una struttura ad intreccio che richiede una certa dose di studio durante la fase di scrittura, svolta magistralmente dagli sceneggiatori, che sembrano non perdere mai la bussola del racconto, anzi paradossalmente più i protagonisti si infilano nello stretto e complicato mondo di paradossi e viaggi nel tempo, più in contrasto il loro lavoro risulterà chiaro allo spettatore, risolvendo via via i suoi dubbi e creando nuovi misteri. Dark è un prodotto solido, da vedere concentrati, senza perdere di vista la sua trama.
Esemplare l’utilizzo della colonna sonora, sempre presente, sempre sul pezzo (perdonateci il gioco di parole) pronta a rendere più ansiolitiche le scene che richiedono maggiore attenzione, quasi fosse un ulteriore personaggio che fa sentire la sua presenza allo spettatore.
Cosa non convince 👎
Le storie seguono diverse e parallele linee narrative per cui bisogna concentrarsi davvero molto. Il problema però non è quello delle linee narrative quanto piuttosto il fatto che la regia è molto statica e rischia di annoiare.
Pur avendo una scrittura decisamente originale allo spettatore arriva in continuazione riferimenti ad altri opere. Il primo riferimento che viene in mente è il film Ritorno al Futuro. Il 12 novembre è un adata più volte citata nella serie tv ma è una data particolare anche nel film Ritorno al Futuro. Nella pellicola di Robert Zemeckis, infatti, in questo giorno si abbatte il fulmine che riporta Marty McFly nel suo tempo.
Molti erroneamente lo hanno paragonato a Stranger Things, per via del misterioso rapimento del ragazzino, ma forse tratti in inganno dalla presenza nella trama degli anni’80. Nella sua essenza però la struttura della serie evoca ben altri show televisivi, con un sistema intricato e machiavellico di misteri inscatolati in altri misteri più grandi riporta infatti alla mente l’enorme successo di Lost.
Ma sono di Twin Peaks i riferimenti più evidenti della serie tedesca. I rimandi sono davvero tanti, dalle atmosfere cupe all’impianto narrativo: anche Winden è una piccola città circondata da boschi che celano segreti e oscure presenze e, come la cittadina in cui si ambienta il capolavoro di David Lynch, sarà scossa da eventi che riveleranno gli scheletri nell’armadio di alcune famiglie. Tutti i misteri di Winden sono collegati ad una centrale nucleare e nell’anno del grandissimo successo della serie tv su Cernobyl era impossibile non farsi venire in mente anche questo riferimento.
Tutti questi parallelismi portano una grande confusione nello spettatore, quasi incapace di capire se quello davanti a se è una sceneggiatura originale (come in effetti lo è) oppure un copiaticcio. Evidentemente i creatori della serie hanno messo molta carne al fuoco e lo spettatore ne ha mangiata troppa, e rimanere lucidi con la pancia piena è alquanto difficile.
Miglior Personaggio 🏆
Jonas Kahnwald: voto 7,5. E’ il ragazzo e l’uomo che gioca a nascondino con se stesso. Non può che essere l’emblema delle discrasie temporali poiché deve la sua esistenza a una di esse. Se il piccolo Mikkel non fosse mai finito nel passato Jonas non sarebbe mai nato. Non ci sarebbe mai stato nessun impermeabile giallo a squarciare il cupo grigiore di Winden e non ci sarebbe stato nessuno Straniero dalla barba incolta.
I creatori della serie, Travis Beacham e René Echevarría, imbastiscono una storia con un evidente parallelismo con molte delle questioni all’ordine del giorno da mesi sui TG nazionali: immigrazione, xenofobia, povertà, eccessivo isterismo degli estremisti di destra. L’idea non è sicuramente innovativa, ma che qui viene decantata in chiave fantasy, mostrandoci una situazione che, sostituendo i personaggi immaginari con i loro corrispettivi umani, risulta forse tristemente troppo reale dove trovano spazio immigrazione, xenofobia e povertà. Carnival Row è un prodotto interessante, ma forse non in grado di sfruttare al 100% le sue potenzialità, sicuramente ha tutte le possibilità per tornare per una seconda stagione e correggere i suoi errori di gioventù. Nel complesso la serie risulta un prodotto televisivo valido e pieno di inventiva sul fronte visivo e scenografico.
Cosa convince 👍🏼
Il pregio maggiore di Carnival Row resta quello di vantare un buon budget e di averlo sfruttato bene per creare le belle scenografia, fotografia e i costumi di un mondo opprimente, dark ma suggestivo e pittoresco, le cui zone malfamate sono ricche di cromatismi grigi e decadenti in grado di suggerire il degrado e la sporcizia di questi luoghi. Molto buona l’interpretazione dei alcuni personaggi, da Karla Crome (la prostituta Tourmaline) a Jared Harris (Absalom Breakspear) e alla sempre strepitosa Indira Varma (Game of Thrones, Torchwood) qui nei panni di Piety Breakspear, consorte manipolatrice di Absalom.
Cosa non convince 👎🏼
Non vanno bene i personaggi principali. “Philo” interpretato da un Orlando Bloom più inespressivo del solito, non comunica emozione e la sua relazione con la fata Vignette (Cara Delivigne) sembra inserita a forza e non è intrigante. Cara Delevigne funziona molto bene solo per l’aspetto della modella britannica molto simile a quello dell’iconografia delle creature fatate. La pettinatura da pixie – che in inglese vuol dire fata – adottata dall’attrice già in tempi non sospetti, i lineamenti delicati e i grandi occhi bastano a supplire la debolezza della recitazione. La sceneggiatura si rivela avventata, superficiale e a tratti inconsistente. Non riesce ad approfondire le tematiche molto interessanti sull’intolleranza, la discriminazione raziale e il sovranismo. Pare che il regista Jon Amiel si sia accontentato di svolgere un compitino da sufficienza incentrando buona parte della vicenda (fin troppa) su un rapporto amoroso scontato e poco emozionante dei personaggi principali.
Miglior Personaggio 🏆
Agreus Astrayon è un fauno diventato misteriosamente ricco e che si è trasferito a Burgue per entare nell’alta socità. Agreus è il personaggio più credibile e affascinante insieme a Piety Breakspear, ma abbiamo voluto premiare lui perchè più originale e meglio descrive la società società fantastica, falsa e senza valori in cui vive.
Trovare fortuna nel campo fantasy e medievale proprio nell’anno in cui termina Game of Thrones non è cosa semplice. The Wictcher prova a conquistare con coraggio i cuori affranti dei fan della popolare serie di HBO e ci riesce in parte. Le similitudini tra le due serie non sono poche e alcune scene fanno persino balzare sulla sedia.
Cosa convince 👍
The Witcher ripropone, con qualche vena di colore qua e là, le atmosfere con cui Game of Thrones si era rivelato al pubblico con il primo episodio, con scenografie che nulla hanno da invidiare allo show HBO. Ritroviamo infatti il Continente come lo abbiamo sempre immaginato leggendo la saga letteraria di Sapkowski e vivendo la trilogia del videogame, con castelli, fortezze e borghi medievali immersi in un’ambientazione grigia, fredda e dark, con luce e ombra sapientemente dosate da una fotografia che è una gioia per gli occhi.
The Witcher dà il meglio di sé nelle scene di combattimento che esaltano con magistrali coreografie l’idea stessa di scontro all’arma bianca, tanto che sequenze di cappa e spada di questo livello sono difficili da ricordare in altre produzioni, con l’attore Henry Cavill che munito di spada è davvero fantastico e fenomenale, con i dovuti complimenti ai consulenti dello show per quanto riguarda i combattimenti.
Cosa non convince 👎
Nel complesso la storia funziona, ma non aspettatevi grandi intrighi e sorprese alla Game of Thrones. Il risultato non sembra essere del tutto convincente, almeno a giudicare questa prima stagione. Il The Witcher di Netflix cerca di appassionare lo spettatore ma fatica a trovare una dimensione originale ed è visibile una certa superficialità narrativa. Geralt di Rivia, il protagonista dai lunghi capelli bianchi qui interpretato dall’ex Superman Henry Cavill, dovrebbe essere la figura attorno alla quale costruire tutto questo sistema di senso, sembra essere semplicemente protagonista di un loop in cui riceve un ingaggio, si cimenta nell’uccisione di un mostro e porta a casa la missione per poi passare alla successiva, lasciandosi andare di tanto in tanto a battutine mugugnate che cadono nel vuoto. E’ bello e affascinante ma spesso goffo e non riesce a penetrare nel pubblico come ci riuscirono molto bene i personaggi principali di Game of Thrones.
Miglior Personaggio 🏆
Geralt di Rivia, voto 6,5. Come detto sopra, Gerald non ci ha meravigliato troppo. Jon Snow e Daenerys erano effettivamente un’altra cosa. Ma nella truppa di The Witcher scegliamo comunque lui come il migliore per via del suo sguardo penetrante, impermeabile alle emozioni, risoluto e austero. Non burbero ma dal carattere determinato e senza paura, privo di macchia.
Una recensione di Lost è probabilmente una delle cose più complesse da scrivere che si possa pensare. Questa opera non è solo una serie tv ma è diventata rapidamente un mattone imprescindibile della cultura pop mondiale. La serie è stata acclamata fin dal pilot ed è divenuta rapidamente un vero e proprio cult, arrivando a essere definita da molti come la miglior serie tv mai creata. Lost, oltre ad aver vinto un Golden Globe e tre Emmy Awards, è stata anche inserita nel 2013 al 27esimo posto tra le serie meglio scritte nella storia della televisione. L’influenza nella cultura (pop e non solo) di questa opera si può comprendere dalle numerosissime citazioni e riferimenti sparsi in altre opere: fumetti, libri, film e serie tv.
Cosa convince 👍
La storia che ci pongono davanti gli scrittori (perché questo sono, persino più che sceneggiatori) è senza dubbio uno degli intrecci più complessi, ben articolati e originali che la letteratura (nel senso più esteso del termine) abbia visto. Lost, come avremo modo di dire successivamente, è un’esperienza unica che difficilmente si può esperire in altri luoghi o modi. Ciò che trasmette attraverso cliffhanger, flashback, discorsi diretti e indiretti e altre metodologie narrative non solo è bello, ma anche unico. Gli sceneggiatori non lasciano nulla al caso e grazie a numerosissimi flashback, discorsi diretti e indiretti permettono allo spettatore di scavare dentro all’animo di ognuno dei quasi 50 personaggi. Sembrerebbe un’impresa impossibile e caotica, ma la grandezza di Lost compare proprio ora: ogni personaggio, anzi, ogni persona in questa opera è unica e con una caratterizzazione che è raro non solo vedere in serie tv o film ma persino in libri. Quasi ogni dettaglio della vita di ciascuno viene descritta e narrata spesso da più punti di vista e, come un mattoncino dopo l’altro, va a formare colui o colei che abbiamo di fronte.
Lost non è solo un’opera, una serie tv o una sceneggiatura. Lost è un universo. Ogni puntata lo comprendiamo sempre di più fino a quando cominciamo a sentire il bisogno impellente di iniziare a scrivere, teorizzare, complottare e capire. Non è raro scoprire che amici, parenti o persone che hanno cominciato la serie andando avanti hanno iniziato a tenere veri e propri diari o appunti per tenere a mente o per creare legami e collegamenti. Lost è questo: un’esperienza tanto intensa e potente da destabilizzarci. Non siamo abituati, da nessun medium, a entrare tanto in qualcosa e questo potrebbe quasi spaventarci. Il vivere quest’opera all’epoca dell’uscita è stato uno dei momenti che hanno forgiato la cultura pop; il viverla ora, da soli, può essere altrettanto intenso se lo vogliamo.
Cosa non convince 👎
Sono diverse le critiche che possiamo rivolgere a questo capolavoro. La prima è senza dubbio la confusione che comincia a creare quando la serie si complica. Buffo il fatto che ciò accada principalmente da quando è l’isola a venire ruotata. Da lì la realtà, già poco tradizionale, inizia a distorcersi sempre di più e noi spettatori iniziamo a non capisci più niente.
Arriviamo però alla base di tutti questi problemi. La Serie Lost doveva durare inizialmente 4 stagioni, poi si è deciso di allungarla visto il grandissimo successo che stava riscuotendo. Purtroppo, questo ha costituito una forzatura nella trama. Da quel momento molti elementi diventano forzati e vengono anche inserite vicende che invece di facilitare la comprensione la incasinano totalmente. Questo è il classico caso in cui la minestra viene allungata per guadagnarci di più e, per quanto nessuno avrebbe mai voluto che Lost finisse, non è stata una cosa del tutto apprezzata.
Il finale di Lost è uno degli argomenti più discussi fra i fan di Serie Tv di tutto il mondo. Dopo 6 stagioni in cui ogni ipotesi sulle motivazioni alla base delle vicende nascono e muoiono continuamente, si arriva alla soluzione finale, si arriva alla verità. Alcuni non ci volevano credere, altri se lo aspettavano, altri rimangono sbalorditi, insomma il finale di questa fantastica Serie ha lasciato tutti, chi per un motivo, chi per un altro, a bocca aperta.
Miglior personaggio 🏆
John Locke (interpretato da Terry O’Qinn) voto: 10. Cos’è Lost? Lost è John Locke! La serie non avrebbe avuto successo senza di lui. È stato il personaggio più controverso e allo stesso più speranzoso di tutti i tempi. Vissuto su una sedia a rotelle fino all’arrivo sull’isola dove miracolosamente riprendere a camminare. Ed è proprio la Fede che fa andare avanti Locke nella vita. Senza una donna accanto, senza nessuno a cui appigliarsi a parte il suo Credo, finirà per commettere dei veri e propri sacrifici umani, “voluti dall’isola”, per rimanere in quel luogo di cui non poteva più fare a meno. Personaggio azzeccato che rimarrà nella storia delle series tv.
L’influenza e il seguito generati da Game of Thrones sono pari a quelli di Twin Peaks, che rivoluzionò il concetto di serie televisiva stesso, o Friends che, ancora adesso, gode di un nutritissimo gruppo di fan. Game of Thrones è stato uno spartiacque che per molti versi ha segnato un prima e un dopo – e non a caso fin qui ha vinto ben 314 premi internazionali su 505 candidature. Dopo quasi un decennio ecco che ci ritroviamo a non dover più attendere il ritorno a Westeros come appuntamento annuale, eccoci a salutare definitivamente tutti quei personaggi che, dal 2011 ad oggi, abbiamo imparato ad amare.
Cosa convince 👍
La serie Tv statunitense ha avuto il merito di poratre sul piccolo schermo un’ambizione spettacolare che era propria solo dei film per il cinema e ci ha fatto innamorare delle performance di straordinari attori. Uno fra tutti Peter Dinklage vincitore, grazie al Trono di Spade, di 4 Emmy Award e 1 Golden Globe.
Uno degli aspetti più interessanti e coraggiosi di Game of Thrones è stato la sensazione di incertezza che aleggiava attorno a ogni personaggio. Pensate a Ned Stark, protagonista assoluto della prima stagione, che muore lasciando tutti i fan a bocca aperta. Ammettetelo, siete rimasti tutti sconvolti. Per non parlare poi delle Nozze Rosse, in cui Robb Stark, sua madre Catelyn e mezza corte viene squartata e fatta a pezzi dai Frey. Oppure la morte ingloriosa di Barristan Selmy, che nei romanzi è ancora vivo e vegeto. Non è facile per una serie TV osare tanto, cambiando la morte di alcuni personaggi e omettendo personaggi principali che nei libri avevano ruoli molto importanti. Non lo è. Perché un fan si affeziona e si identifica con un personaggio, diventa quasi un suo tifoso e lo difende anche in quel mondo oscuro e pieno di terrori che è il web. Game of Thrones è riuscito a costruire dei personaggi ricchi di carattere e fascino. Ognuno rappresenta qualcosa: purezza, risolutezza, arroganza, lussuria e ogni altro pregio o difetto dell’animo umano.
Cosa non convince 👎
Perché tutta questa fretta? E’ questa la domanda che ha rimbalazato nella testa della maggior parte dei fan di Game of Thrones dopo il finale della Serie Tv.
La critica più dura rivolta alla Serie Tv è stata per il suo finale senza senso e assolutamnete privo di emozioni. Siamo consapevoli che qualunque tipo di finale avrebbe scontentato qualcuno. Ognuno ha il diritto di provare quello che vuole davanti alla fine di Game of Thrones. I sentimenti possono anche essere contrastanti. Ed è bello che ci siano persone fermamente convinte di non aver sprecato il loro tempo.
Nel corso delle stagioni, Game of Thrones ha totalmente mutato pelle. Le prime sei stagioni sono paragonabili ad un’opera d’arte. Poi Weiss e Benioff si sono ritrovati a portare avanti una storia che si reggeva in piedi grazie ai libri di George R.R. Martin, romanzi che si sono esauriti da un bel pezzo. Durante la sua evoluzione infatti Il Trono di Spade si è dovuto allontanare dalla storia raccontata nei cinque libri già editi, che al termine della sesta stagione erano stati raggiunti senza che Martin fosse lontanamente pronto a pubblicare l’annunciato The Winds of Winter, sesto volume dei sette inizialmente programmati per la saga nota come Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. È stato proprio in quel momento che i due sceneggiatori, costretti a inventare di sana pianta il futuro di quei personaggi tanto amati dal pubblico, hanno annunciato di voler chiudere la serie nello spazio di due stagioni. La settima stagione è stata chiaramente costituita da sette episodi di transizione che avrebbero dovuto portare al gran finale. Un finale pessimo.
Questa ottava stagione è sembrata, in certi punti, molto piatta e sterile. A episodi sensazionali come la Battaglia di Grande Inverno o Le campane, hanno fatto da contraltare puntate che sembravano lontanissime dagli standard qualitativi a cui HBO ci aveva abituati. Ma non dal punto di vista registico. No. Il problema è stato quello di dilatare senza ragione alcune situazioni e alcuni avvenimenti per poi condensarne altri con eccessiva fretta. La volontà di chiudere in sei episodi avrà sicuramente reso necessaria un’operazione di taglia e cuci consistente, ma la sensazione è che manchi qualcosa in certi punti, che certe cose siano lasciate un po’ al caso o alla comprensione implicita dei fan.
Migliori personaggi 🏆
Tyrion Lannister (interpretato da Peter Dicklage) voto: 9,5. Dimostra di avere un grande spessore, avallando il fatto che non esistono armi più forti delle parole e alleati più fedeli di una grande storia. Decisivo con le sue prese di posizione nei momenti chiave della storia, anche nel finale
Arya Stark (interpretata da Maisie Williams) voto: 9. Il suo percorso è interessante, affinando la tecnica dei volti riesce ad uccidere molti dei suoi nemici (vendicando la sua famiglia) e il suo apice lo raggiunge quando uccide il Re della notte, dimostrando di avere doti da leader. Da lì in poi però non gioca più nessun ruolo e sul finale decide di esplorare terre di cui non si conosce l’esistenza.
Un tuffo negli anni ’80, per sentirci nuovamente al sicuro, ritornando a vivere in un’età e in un’epoca dove tutto era più roseo e il solo problema era decidere cosa fare per trascorrere gli interminabili pomeriggi d’estate. È stata questa la carta vincente che ha ammaliato un’enorme fascia di consumatori, quelli che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, e che sono il target ideale per gli utenti Netflix. o. E ogni volta che nella serie echeggia Should I Stay or Should I Go (“Dovrei restare o andarmene?”) dei Clash, lo spettatore pensa sempre che valga la pena restare.
Cosa convince 👍
Stranger Things è stato girato nel 2016, ma appare in tutto e per tutto come una produzione anni ’80. Nel comparto estetico tutto è impeccabile al limite del maniacale. Vestiti e mode, così accurati da definire i divari di età e i caratteri dei protagonisti alla prima occhiata (gli indumenti di Nancy e Barb rimarcano l’intraprendenza della prima e la “sfigataggine” della seconda); scenografie e luci restituiscono un’atmosfera vintage, saturata dal merchandising di Guerre Stellari. Poi ci sono le musiche, dove riecheggiano note di John Carpenter, con un occhio di riguardo a Distretto 13.
Ma non basta un budget adeguato e una messa in scena stilosa per catturare l’essenza degli anni ’80. Occorre lo spirito, l’atmosfera. Quel miscuglio di avventura e paura, di pericolo e trionfo che si prova “vivendo” un film (o una serie in questo caso) dimenticandosi totalmente che è qualcosa di fittizio costruito a tavolino. Questa era la forza dei film della nostra infanzia ed è la medesima che si riversa in Stranger Things: per questo nonostante la storia sia densissima di situazioni già viste e di citazioni più o meno esplicite, riesce a inchiodare lo spettatore alla poltrona, attanagliandolo puntata dopo puntata. Sono le emozioni il cuore di tutto, sensazioni autentiche e cristalline, che sia l’amore sconfinato di un genitore o il senso di un amicizia tanto forte da apparire immortale.
Cosa non convince 👎
La serie pecca in un solo dettaglio, forse tanto piccolo da apparire insignificante agli occhi dei più, ma che per gli appassionati di questo genere “d’archivio” rischia di sgretolare l’ottimo lavoro fatto. Il demogorgone, Il mostro da combattere. Il nemico dei bambini, incarnazione delle loro paure da superare come nella miglior tradizione narrativa degli anni ’80 e non solo. Dal punto di vista del design è splendido, con gli arti sproporzionati e la sua testa a fiore che riecheggia la pianta carnivora di Jumanji. Sapientemente, la regia lo tiene nascosto nell’ombra per quasi tutta la serie, mostrandolo nella sua inquietante integrità solo nello scontro finale. Tutto bello, tutto da manuale, ma c’è un ma… È digitale!
Ed è logico che in una produzione moderna di questa portata sia così, ma dato che tutto nella serie inneggia e glorifica gli anni ’80 e ogni aspetto della messa in scena è votato su questo concetto, forse era lecito aspettarsi un nemico che non fosse in CGI (computer-generated imagery). Come detto sopra è un’inezia che il 90% del pubblico non noterà nemmeno, ma per i puristi resterà un po’ di amaro in bocca nel non vedere un mostro fatto di protesi, lattice e silicone che spalanca le proprie fauci tramite un sistema idraulico radiocomandato. Questo tocco di artigianalità alla Stan Winston è la sola cosa che manca, che avrebbe potuto rendere perfetta una serie che comunque la perfezione già la rasenta.
Miglior personaggio 🏆
Undici, interpretata da Millie Bobby Brown: voto 10. La grande interpretazione della giovane attrice la fa diventare oggetto di ottime recensioni della critica. Non solo, questo suo grande lavoro viene premiato con la nomination agli Emmy Award, diventando l’attrice più giovane a ricevere tale prestigiosa candidatura.
The Boys è esattamente ciò che doveva essere: sporco, sadico, violento a tratti all’inverosimile, scurrile e cinico come poche altre serie riescono ed ambiscono ad essere.
Cosa convince 👍
Tra personaggi estremamente carismatici e caratterizzati in maniera straordinaria e situazioni assurde, non c’è mai da annoiarsi in quella che a tutti gli effetti è una lotta titanica contro degli individui super-dotati ed intoccabili. Dietro la facciata dell’eroe buono e generoso, infatti, si nasconde un groviglio immenso fatto di bugie, perversioni, abusi di potere e corruzione che sembra non avere mai fine ed anzi, peggiora toccando ripetutamente il fondo. È la decostruzione e lo svuotamento della figura dell’eroe che fino ad ora su schermo non aveva ancora trovato spazio, è il capitalismo sfrenato spinto all’estremo con conseguenze inimmaginabili.
Oltre alla trama questa è una serie con uno stile irriverente e delirante in alcuni momenti, con una comicità forte e senza filtri. Le battute sono taglienti e la violenza tende a comunicare molto più di quanto non sembri, sia che si tratti di una scena leggera che di una fortemente emotiva. Con The Boys ci troviamo dunque davanti ad una storia che non risulta mai banale, una storia che non ha alcuna voglia di coccolare il suo pubblico, piuttosto di alimentare la sua curiosità tramite svolte inaspettate e una scrittura che non risparmia nessuno, mai.
Cosa non convince 👎
Una serie televisiva davvero eccezionale, ma se proprio dobbiamo fargli una critica possiamo dire che manca un approfondimento caratteriale dei personaggi, in particolare quello dei Boys. Lo sviluppo dei personaggi che c’è nei fumetti, però, non è pervenuto, e in questo modo non riesci davvero a capire chi sono i Boys e non puoi schierarti completamente dalla loro parte. E nel loro contorto universo, hanno bisogno di qualcuno che stia dalla loro parte.
Miglior Personaggio 🏆
Billy Butcher: voto 9. E’ senza dubbio uno dei caratteri portanti di tutta la narrazione, forte, freddo, arrogante e dissacrante in ogni sua battuta. La sua scrittura priva di limiti riesce a fondersi perfettamente con le espressioni del suo interprete Karl Urban, costruendo un personaggio che riuscirebbe ad essere fuori posto in ogni contesto.